[CASSAZIONE] La prova della sussistenza della partecipazione all’associazione dedita al traffico di sostanze stupefacenti non può essere desunta esclusivamente dalla serialità dei presunti scambi di sostanze droganti.


Cassazione penale Sezione VI, Sent., (ud. 06-02-2018) 07/03/2018, n. 10427.
La prova della sussistenza della partecipazione all’associazione dedita al traffico di sostanze stupefacenti non può essere desunta esclusivamente dalla serialità dei presunti scambi di sostanze droganti costituenti oggetto dei numerosi reati fine contestati, criterio che, secondo la sua prospettazione, appare insuscettibile di delineare l’automatica sussistenza di una compagine associativa ai sensi del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74.

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PAOLONI Giacomo – Presidente

Dott. GIANESINI Maurizio – Consigliere

Dott. COSTANZO Angelo – Consigliere

Dott. AGLIASTRO Mirella – Consigliere

Dott. VILLONI Orlando – relatore Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

E.M., n. (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 3603/17 Corte d’Appello di Milano del 29/05/2017;

esaminati gli atti e letti il ricorso ed il provvedimento decisorio impugnato;

udita in Camera di consiglio la relazione del Consigliere, Dott. VILLONI O.;

sentito il Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore Generale, Dr. PERELLI S., che ha concluso per l’inammissibilità;

sentito il difensore dell’imputato, avv. VIANELLO ACCORRETTI Valerio, che riportandosi ai motivi ha insistito per l’accoglimento del ricorso.

 

Svolgimento del processo

1. Con la sentenza impugnata la Corte d’Appello di Milano ha confermato quella emessa dal GUP del Tribunale di Milano il 06/07/2016, ribadendo la responsabilità di E.M. in ordine al reato di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74 (capo 1 dell’imputazione) per la partecipazione ad una associazione dedita al traffico di sostanze stupefacenti nonchè a quello di cui all’art. 73, comma 1 st. D.P.R. dovuta alla consumazione di plurimi episodi di acquisto, trasporto, detenzione e cessione di cocaina (capi 2, 5, 7, 11, 12, 13, 17, 20, 21, 22, 25, 26, 27, 28, 29, 30, 47, 48, 50, 52, 54, 56, 58, 133, 135), confermando, altresì, la pena irrogatagli in primo grado di undici anni e due mesi di reclusione.

Rispetto alla pronuncia del giudice a quo è, invece, mutata la valutazione circa il ruolo svolto dall’imputato nell’ambito del sodalizio criminale, ritenendo la Corte territoriale priva di riscontri l’ipotesi d’accusa di esserne stato al vertice e affermandone, invece, la veste di mero partecipe per non avere svolto alcuna attività di coordinamento ed essersi limitato a fare da tramite tra i soggetti deputati alle cessioni dello stupefacente e i dirigenti dell’associazione, fungendo in pratica da procacciatore di acquirenti delle sostanze da vendere.

2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputato che deduce i seguenti motivi di censura.

Vizio di motivazione in relazione agli artt. 192 e 546 cod. proc. pen. e ai reati fine in addebito, doglianza con cui contesta la legittimità dell’impianto logico – argomentativo della sentenza e in particolare la scelta della Corte territoriale di riprodurre la richiesta cautelare del PM per descrivere le varie condotte di reato.

Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74 per avere la Corte territoriale ritenuto provata la partecipazione alla associazione dedita al traffico di stupefacenti solo in base alla serialità dei presunti scambi di sostanze droganti costituenti oggetto dei numerosi reati fine contestati, criterio come tale insuscettibile di delineare l’automatica sussistenza di una compagine associativa ai sensi del citato art. 74.

Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 192 cod. proc. pen. ed all’art. 73 D.P.R. cit. riguardo all’interpretazione, asseritamente erronea, dei risultati delle operazioni di intercettazione telefonica che mascherano l’assoluta mancanza di prove in ordine ai presunti episodi di cessione di stupefacenti in addebito.

Violazione di legge in relazione al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 4 e vizio di motivazione riguardo alla natura della sostanza stupefacente oggetto di quegli episodi per cui non sono stati effettuati sequestri, tutti ritenuti riferiti a cocaina nonostante uno specifico elemento probatorio di segno contrario rappresentato dalle dichiarazioni di una acquirente (tale P.L.M.), che ha invece affermato di avere acquistato hashish dall’imputato.

Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 62-bis, 81 e 133 cod. pen. riguardo all’omessa concessione delle attenuanti generiche e alla determinazione in concreto della pena, in particolare per quel che concerne gli aumenti computati a titolo di continuazione, sensibilmente maggiori rispetto a quelli praticati in separato giudizio al coimputato D.G.L..

Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 81 cod. pen. e al mancato riconoscimento della continuazione esterna rispetto ai reati oggetto di pregressa sentenza di condanna emessa a proprio carico dal GUP di Milano il 23 dicembre 2010.

Con note d’udienza depositate il 30 gennaio 2018, il ricorrente ha ribadito le censure a quello che definisce “illegittimo approccio motivo” condiviso da entrambe le sentenze di merito, basato a sua volta su di una erronea interpretazione dei risultati delle operazioni di intercettazione telefonica.

Motivi della decisione

1. Il ricorso è fondato nei termini di cui in motivazione.

2. Con il secondo motivo di censura, il ricorrente lamenta che la prova della sussistenza della sua partecipazione all’associazione dedita al traffico di sostanze stupefacenti è stata desunta esclusivamente dalla serialità dei presunti scambi di sostanze droganti costituenti oggetto dei numerosi reati fine contestati, criterio che, secondo la sua prospettazione, appare insuscettibile di delineare l’automatica sussistenza di una compagine associativa ai sensi del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74.

Il criterio adottato dalla Corte territoriale non è, però, affatto sconosciuto alla giurisprudenza di questa Corte di Cassazione, che ne ha più volte, anzi, affermato la legittimità (ex pluribus Sez. 6, sent. n. 9061 del 24/09/2012, Cecconi e altri, Rv. 255312; Sez. 6, sent. n. 40505 del 17/06/2009, Il Grande e altro, Rv. 245282 entrambe in termini di ripetitività dei reati fine), pur non mancando ripensamenti riguardo al valore solo sintomatico ad esso attribuibile (Sez. 6, sent. n. 24379 del 04/02/2015, Bilacaj e altri, Rv. 264177).

Tuttavia, la deduzione oltre che del vizio di violazione di legge anche di quello di motivazione induce il Collegio a soffermare la sua attenzione su quest’ultima onde vagliarne l’intrinseca logicità sul punto della dimostrazione della partecipazione del ricorrente nell’associazione oggetto di verifica giudiziale.

A tale riguardo, va premesso che seppur discutibile – non tanto sotto il profilo estetico – formale ma proprio ai fini di una pronta individuazione degli elementi probatori valorizzati – la scelta della Corte territoriale di riprodurre integralmente le risultanze d’indagine riportate nell’informativa finale redatta dalla Questura di Milano (pagg. 7-31), non può dirsi contrastante con alcun canone di legittimità, come, invece, dedotto dal ricorrente nel primo motivo di censura.

Al di là, infatti, dell’inutile appesantimento dell’esposizione e dell’obiettiva maggior difficoltà di lettura del provvedimento, che una robusta sintesi avrebbe certamente evitato, non si può, infatti, sostenere che la Corte d’appello abbia abdicato ai suoi doveri di autonoma valutazione del compendio probatorio (pagg. 32 e seguenti), su cui ha poi fondato le proprie determinazioni.

Quel che invece lascia perplessi è che dalla ricostruzione dei numerosi rapporti coinvolgenti i vari imputati ed aventi ad origine negozi di natura illecita, emerge una situazione estremamente complessa e frastagliata in cui il ruolo del ricorrente viene indicato in quello di procacciatore di acquirenti, tendenzialmente di nazionalità marocchina, per conto del coimputato M.D., non mancando, tuttavia, casi in cui l’ E. ha ricevuto sostanza stupefacente direttamente da costui per poi rivenderla autonomamente (pag. 32 sentenza).

Altre volte la cessione è avvenuta di conserva con T.A. e altre volte ancora risulta che l’ E. abbia acquistato personalmente sostanza stupefacente rivolgendosi a tale S.A., soggetto che non figura, però, nel novero dei componenti dell’associazione descritta al capo 1 dell’imputazione.

Ora rispetto a tale compendio probatorio, fondato in larga parte sul contenuto di intercettazioni telefoniche, la stessa Corte territoriale si è avveduta dell’incompatibilità della prospettazione accusatoria originaria che indicava il ricorrente come “figura centrale dell’indagine” con compiti di “pianificazione e realizzazione delle compravendite di droga, mediando prevalentemente tra fornitori e acquirenti” al fine di “coordinare le attività dei partecipi mirando ad assicurane la funzionalità”, come anzidetto finendo per circoscriverne il ruolo a quello di mero partecipe con compiti d’intermediazione nelle vendite nei termini sopra indicati.

Tutto ciò premesso, reputa il Collegio che proprio l’estrema diversificazione dei rapporti, per quanto di natura illecita poichè aventi ad oggetto traffici di stupefacenti, intrattenuti dal ricorrente confligga sul piano logico con la tesi accolta in sentenza della sua partecipazione al sodalizio criminale facente capo, stando alla prospettazione accusatoria accolta in sentenza, a M.D. e D.G.A..

Pur senza mettere in discussione la tesi dell’esistenza stessa tra gli imputati di uno stabile sodalizio volto al traffico di sostanze stupefacenti – benchè peculiare dacchè la sentenza da conto anche di forniture di stupefacenti da D.G.A. e D.G.L. a M.D. e viceversa (pag. 34) – il carattere pluridirezionale dei rapporti in cui l’ E. è rimasto coinvolto impone, infatti, di ripensare radicalmente l’originaria impostazione d’accusa che lo vuole necessariamente inserito nel contesto associativo e non invece – non per questo risultando meno pericoloso per le esigenze di tutela della collettività – quale operatore autonomo al crocevia di traffici illeciti di plurima origine e termine, per nulla incompatibile con quello di procacciatore d’affari ma proprio per questo svincolato da legami più stretti, in favore di quello o quell’altro fornitore di sostanze droganti.

Va inoltre rilevato che il concetto di “fungibilità dei ruoli” tra i partecipi di una data associazione D.P.R. n. 309 del 1990, ex art. 74 finisce talora per essere adoperato per mascherare l’obiettiva impossibilità di delinearne una precisa struttura, evenienza che ricorre anche nel caso in esame (pag. 34 sentenza) in cui il suo impiego serve a superare gli affioranti dubbi connessi all’incoercibile evidenza delle risultanze probatorie in cui i componenti dell’associazione mostrano molto di frequente di agire in maniera autonoma sul proscenio dei traffici illeciti di sostanze stupefacenti.

3. Per le ragioni sopra esposte s’impone, pertanto, l’annullamento della decisione impugnata limitatamente al reato associativo, con rinvio ad altra Sezione della Corte territoriale per nuovo giudizio sul punto; ragioni e oggetto dell’annullamento comportano, inoltre, il logico assorbimento del quinto e del sesto motivo di ricorso, entrambi concernenti la determinazione del trattamento sanzionatorio, che dovrà essere necessariamente ripensato all’esito dell’eventuale esclusione della sussistenza del reato associativo.

4. Risultano, invece, inammissibili il terzo ed il quarto motivo di ricorso, poichè entrambi invocano, indebitamente in sede di legittimità, apprezzamenti di merito su punti della decisione di esclusiva competenza dei giudici dei precedenti gradi di giudizio.

Con il terzo, il ricorrente deduce l’erroneità dell’interpretazione dei risultati delle operazioni di intercettazione telefonica, a suo dire insuscettibili di fornire prova certa dei plurimi episodi di cessione di stupefacenti che gli sono stati contestati.

Pur con le dovute riserve che il tenore oltre modo generico di alcune imputazioni induce a mantenere (ad es. capi 21, 22, 25), è tuttavia innegabile come l’intervento richiesto, volto a conseguire una diversa lettura di quei risultati, implichi valutazioni sul fatto, come tali rimesse all’esclusiva competenza del giudice di merito, “il cui apprezzamento non può essere sindacato in sede di legittimità se non nei limiti della manifesta illogicità ed irragionevolezza della motivazione con cui esse sono recepite” (ex pluribus ultima in ordine cronologico di massimazione Sez. 2, sent. n. 50701 del 04/10/2016, D’Andrea e altri, Rv. 268389), manifesta illogicità che nella specie non ricorre anche in ragione dei pur quantitativamente limitati sequestri di sostanza stupefacente eseguiti nel corso delle indagini (riferiti ai capi 2 e 133).

Infine anche la censura formulata con il quarto motivo di ricorso implica un apprezzamento di mero fatto, poichè il ricorrente si duole che le condotte contestate come reati fine sono state ritenute afferenti a cessioni di cocaina, a dispetto di elementi probatori testimoniali di segno diverso riferiti ad uno specifico episodio (capo 135).

Condividendo le determinazioni del primo giudice, la Corte territoriale ha in effetti preso in esame anche il capo 135 per concludere che poichè lo stesso si colloca in un contesto temporale in cui i traffici facenti capo agli imputati riguardavano cocaina e poichè a carico di un’imputata ( T.A.) era stato poco tempo prima eseguito un sequestro di un certo quantitativo di cocaina (capi 133 e 134), è a tale sostanza che correttamente ha fatto riferimento la pubblica accusa nel confezionare le imputazioni.

Essendo, tuttavia, preclusa al giudice di legittimità una verifica diretta delle fonti di prova, non possono certamente ritenersi illogiche le considerazioni sopra svolte, da cui discende l’improponibilità anche di tale censura ed ai sensi dell’art. 624 c.p.p., comma 2 la dichiarazione d’irrevocabilità dei capi della sentenza impugnata (2, 5, 7, 11, 12, 13, 17, 20, 21, 22, 25, 26, 27, 28, 29, 30, 47, 48, 50, 52, 54, 56, 58, 133, 135) riguardanti i contestati reati fine di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente al reato associativo e rinvia per nuovo giudizio su tale capo ad altra sezione della Corte di Appello di Milano; rigetta nel resto il ricorso, dichiarando definitiva la responsabilità del ricorrente per tutte le residue imputazioni D.P.R. n. 309 del 1990, ex art. 73.

Così deciso in Roma, il 6 febbraio 2018.

Depositato in Cancelleria il 7 marzo 2018