[NEWEST] La Cassazione smentisce Parmenide: il “non essere” può “essere”.


Alcune riflessioni sulla questione cannabis light.

 1. Dopo l’entrata in vigore della Legge n. 242/2016 concernente “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa”, non è un mistero affermare che la commercializzazione delle infiorescenze di canapa a basso principio attivo si è imposta prepotentemente sul mercato registrando considerevoli volumi d’affari.

Al di là dei problemi di carattere tecnico-amministrativo circa la corretta etichettatura del prodotto, la destinazione d’uso e i rischi denunciati per la salute individuale da un parere del Consiglio Superiore della Sanità – tutti problemi che meritano attente osservazioni che esulano, però, dal presente commento – , ciò che desta serie preoccupazioni è l’incertezza giuridica in ordine alla responsabilità penale di chi commercializza tali infiorescenze.

Non mancano, infatti, pronunce della Corte di cassazione che ritengono illecita tale “commercializzazione”, posto che la legge 242 si applicherebbe soltanto alla coltivazione delle varietà ammesse di canapa e soltanto per gli utilizzi espressamente previsti nell’art. 2, comma 2 – tra i quali non figura lo scopo ricreativo – giustificando in tal guisa processi penali con imputazioni per detenzione a fini di spaccio a carico di coloro che esercitano simili attività.

La situazione, agli occhi del giurista, non crediamo abbia precedenti così assurdi e, per certi versi, kafkiani,  non soltanto perché investe un mercato che da anni si è consolidato, ma soprattutto perché la descritta incertezza giuridica riguarda la libertà personale e di iniziativa economica che dovrebbero essere garantiti, rispettivamente, dagli artt. 13 e 41 della Costituzione.

Quando, cioè, si è al cospetto di diritti di così alta portata, non vi dovrebbero essere spazi per applicazioni ondivaghe della legge, soprattutto quando esse originano da pregiudizi ideologici che soltanto possono giustificare un’interpretazione – come si vedrà – contraria al testo normativo e, prima ancora, alla logica del pensiero.


2. Partiamo dall’art. 1 della L. 242/2016 che, nel sostenere e promuovere la coltivazione e la filiera della canapa (comma 1), esclude dall’ambito di applicazione del d.P.R. n. 309/1990 (c.d. Testo Unico Stupefacenti) le coltivazioni di canapa «delle varietà ammesse iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, ai sensi dell’art. 17 Direttiva 2002/53/CE del Consiglio, del 13 giugno 2002».

Si tratta di varietà botaniche – rientranti nel genere della Cannabis Sativa L. – che, tuttavia, per il trascurabile principio attivo psicotropo in esse presenti, sono ammesse ed, anzi, “liberalizzate” dal Legislatore (comunitario e nazionale) poiché, come recita il testo normativo, «non rientrano nell’ambito di applicazione del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope […]».

Tali varietà si caratterizzano, infatti, per l’esiguo contenuto di Delta-9-tetra-idrocannabinolo (c.d. THC) che, come noto, è il principio attivo della cannabis avente effetto drogante, sicché, da un punto di vista chimico, esse non possono assolutamente definirsi “sostanza stupefacente”.

Vale la pena ricordare che la pianta della cannabis (canapa o marijuana) prima che una droga è una versatile risorsa economica, sol considerando che proprio l’Italia fino agli anni ’50 del secolo scorso era il secondo produttore mondiale.

Dopo, tuttavia, la demonizzazione della pianta ad opera delle politiche proibizioniste che, certamente, hanno agevolato l’industria delle fibre sintetiche proprio a danno della canapa, la mutata sensibilità per l’ambiente e per l’impiego delle risorse naturali – per dirla in breve – ha portato alla Direttiva 2002/53/CE del 13 giugno 2002 che ha riabilitato la pianta della canapa per scopi agro-industriali.

La logica conseguenza dovrebbe essere che, anche da un punto di vista giuridico, stante l’assenza di capacità drogante della sostanza e l’espressa dipartita di tali varietà dall’ambito di applicazione del d.P.R. sulle droghe, la cannabis certificata non può mai costituire oggetto di reato.

Non coglie nel segno, dunque, quella giurisprudenza che continua ad affermare, in modo apodittico, che «la cannabis sativa L., in quanto contenente il principio attivo Delta-9-THC, presenta natura di sostanza stupefacente sia per la previgente normativa che per l’attuale disciplina» (Cass. 17 dicembre 2018, n. 56737), poiché fa – è proprio il caso di dire – di tutta l’erba un fascio.

È come se i Giudici non volessero comprendere una semplice nozione botanica: vi sono due “specie” di Cannabis Sativa L., quelle provenienti da sementi non certificate (sempre illecite, a meno che nel caso concreto si ravvisi un reato impossibile per l’esiguità del THC) e quelle provenienti da sementi certificate (sempre lecite – perché naturalisticamente hanno un trascurabile principio psicotropo – , a meno che il livello di THC, a causa di eventi imprevisti legati al ciclo colturale, non superi la soglia dello 0.6 %).

Basterebbe contenere il discorso entro il tracciato pentagramma per risolvere i dubbi – quanto meno sotto il profilo penalistico – in ordine alla liceità della detenzione e commercializzazione delle infiorescenze di Cannabis Sativa L. certificata: poiché esse non hanno effetto stupefacente non possono definirsi droga.

 


3. Il problema – che meriterebbe un intervento chiarificatore dei tossicologi – è stabilire quale sia il livello di THC oltre il quale si ha sostanza stupefacente, anche se non mancano pronunce giurisprudenziali che lo attestano entro lo 0,5% (così, ad esempio, Cass. 29 novembre 2018, n. 4920).

Prendendo per buono, allora, il diritto vivente sul punto, se entro lo 0,5% la sostanza non è stupefacente, dovrebbe chiudersi lo spazio per qualsiasi discussione, quanto meno sul tema della responsabilità penale.

D’altra parte, se il legislatore conta ancora qualcosa, è proprio la legge 242/2016 che, consentendo la produzione di canapa certificata entro lo 0,6%, ha normativamente stabilito un limite di liceità del prodotto.

L’art. 4, comma 5 stabilisce: «Qualora all’esito del controllo il contenuto complessivo di THC della coltivazione risulti superiore allo 0,2 per cento ed entro il limite dello 0,6 per cento, nessuna responsabilità è posta a carico dell’agricoltore che ha rispettato le prescrizioni di cui alla presente legge», per concludere, nel comma 7, «Il sequestro o la distruzione delle coltivazioni di canapa impiantate nel rispetto delle disposizioni stabilite dalla presente legge possono essere disposti dall’autorità giudiziaria solo qualora […] risulti che il contenuto di THC nella coltivazione è superiore allo 0,6 per cento».

Si potrebbe affermare che, se il sequestro e la distruzione sono previsti soltanto per il prodotto superiore allo 0,6%, tale soglia costituisca il limite di liceità; tanto è vero che laddove la sostanza resti nel range 0,2-0,6% «nessuna responsabilità è posta a carico dell’agricoltore».

Quest’ultima è una precisazione che origina dal fatto che la normativa europea, invece, attesta la soglia per la canapa agro-industriale allo 0,2%; il legislatore italiano – nell’esercizio delle sue legittime prerogative – ha voluto alzare tale livello, chiarendo che l’agricoltore fino allo 0,6% non incorre in responsabilità.

Tuttavia, ed ecco il punto dolente, non mancano decisioni della Suprema Corte secondo le quali il commerciante di prodotti a base di canapa non è responsabile penalmente soltanto se ricorrono tre condizioni: 1) deve trattarsi di varietà certificate; 2) la percentuale di THC non deve essere superiore allo 0,2%; 3) la coltivazione e la conseguente commercializzazione dei prodotti derivati dalla canapa deve essere finalizzata agli scopi indicati nell’art. 2, comma 2 della L. 242/2016, tra i quali – ricordiamo – non vi sarebbe spazio per il commercio al dettaglio delle infiorescenze.

Quanto al primo punto, non v’è nulla da osservare proprio perché soltanto le sementi certificate, come detto, non costituiscono droga.

Quanto alla seconda condizione, la legge – come visto – prevede il sequestro e la distruzione soltanto per il prodotto con THC superiore allo 0,6%; su quali basi, allora, venga preso il limite dello 0,2% resta un mistero.

Ma è la terza condizione di liceità posta dall’indirizzo giurisprudenziale contrario alla commercializzazione delle infiorescenze – ossia l’utilizzo della canapa soltanto per le finalità indicate nell’art. 2 – che lascia sgomenti.

Se, infatti, le sementi certificate sono escluse dall’ambito di applicazione del Testo Unico Stupefacenti, non può predicarsi altresì che il prodotto di tali piantagioni, a seconda dell’uso, sia considerato droga.

Come si può sostenere che una res – che non è idonea a produrre effetto drogante – a seconda dell’uso che se ne faccia, però, diventi droga ?

Dire che le sementi sono escluse dal d.P.R. sulle droghe significa dire che esse non sono droga; e poiché dal “non essere” non può scaturire “l’essere”, è contrario alla logica elementare affermare che da una sostanza che non è stupefacente possa originare un quid che, invece, debba classificarsi come droga.

Ne discende che l’art. 2, comma 2, non elenca gli “usi consentiti” come si vorrebbe far passare, dal momento che ciò che è vietato deve essere espressamente (e chiaramente) vietato, soprattutto se il presunto divieto genera responsabilità penale.

L’art. 1 della legge, quando afferma che le sementi certificate non rientrano nell’ambito di applicazione del T.U. Stupefacenti, non soggiunge «nei limiti ovvero alle condizioni della presente legge»; l’esclusione del T.U. è netta e chiara.

Ciò è così vero che, laddove il prodotto abbia un livello di THC superiore allo 0,6%, da un lato, esso deve essere distrutto – e dunque non può circolare sul mercato – dall’altro, però, è prevista una non punibilità dell’agricoltore che possa dimostrare la messa a dimora di sementi certificate, al quale non potrà applicarsi il d.P.R. Stupefacenti.


4. La canapa proveniente da semente certificata – la c.d. cannabis light – non è droga perché naturalisticamente ha un esiguo livello di THC – e infatti è esclusa dal T.U. Stupefacenti – ; eppure, se per motivi biologici-organolettici imprevedibili dovuti al ciclo colturale della pianta, dovesse presentare effetto psicotropo, occorre provvedere all’eliminazione del prodotto e nessuna responsabilità è posta in capo all’agricoltore.

Tutto ciò collima perfettamente con la politica legislativa di repressione del mercato della droga, che dovrebbe avere – tanto nelle aule giudiziarie, quanto nelle parole dei nostri politici – come obiettivo ciò che può essere definito droga.

Assume i contorni della sofistica affermare che sempre e comunque il principio attivo drogante della canapa (ossia il THC) è ricompreso nelle Tabelle allegate al Testo Unico Stupefacenti che elencano le sostanze vietate; se la legge 242/2016 permette la creazione di canapa a basso livello di THC occorre leggere in armonia le due disposizioni.

Delle due l’una: o la coltivazione di canapa dalla quale è estraibile il THC è sempre vietata, e allora si abroga tacitamente la Legge 242; oppure, la previsione del THC tra le sostanze vietate trova un limite di tolleranza nella canapa certificata.

Nel Paese che, a ragione, dovrebbe considerarsi la patria del diritto, per rispondere alla domanda se dal “non essere droga” può scaturire “l’essere droga” si dovranno aspettare le Sezioni Unite della Cassazione, che rappresentano il più alto e autorevole consesso giudiziario del nostro ordinamento.

Al lettore le sue considerazioni; al povero Parmenide la rivincita verso i tanti studenti liceali che l’hanno deriso per la banalità del suo pensiero.

L’auspicio degli scriventi è che, da questo aneddoto filosofico, si prenda atto dell’uso soltanto simbolico ed ideologico che, nella lotta alla cannabis, si vuol fare del pugno penale.

 

Avv. Claudio Miglio

Avv. Lorenzo Simonetti