[CASSAZIONE] sezione IV, sentenza 22/9/2017, n. 43837. ATTENUANTE DELLA COLLABORAZIONE – ART. 73 COMMA 7


Non è sufficiente fare il nome del proprio fornitore di stupefacenti per l’attenuante della collaborazione.

In tema di stupefacenti, il giudice deve riconoscere l’attenuante della collaborazione in presenza di un comportamento collaborativo completo, anche se non necessariamente considerevole dal punto di vista quantitativo e che sia risultato, in concreto, utile e proficuo nel contrasto delle attività criminose.

 


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BLAIOTTA Rocco Marco – Presidente –

Dott. PICCIALLI Patrizia – rel. Consigliere –

Dott. PEZZELLA Vincenzo – Consigliere –

Dott. RANALDI Alessandro – Consigliere –

Dott. PAVICH Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

F.A. nato il (OMISSIS);

avverso la sentenza del 23/11/2016 della CORTE APPELLO di MILANO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere PATRIZIA PICCIALLI;

Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore DE MASELLIS MARIELLA;

Il Procuratore Generale DE MASELLIS MARIELLA conclude per il rigetto del ricorso.

Udito il difensore.

E’ presente l’avvocato COMETTI MARIO del foro di VERCELLI difensore di F.A., che chiede l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

 

F.A. ricorre avverso la sentenza di cui in epigrafe che, confermando quella di primo grado, lo ha ritenuto responsabile,a seguito di giudizio abbreviato, di plurime cessioni di sostanza stupefacente del tipo cocaina.

Con il ricorso ripropone doglianze già rigettate dal giudice di appello.

Con il primo motivo deduce in via preliminare la nullità di tutti gli atti del procedimento, ivi compresa l’ordinanza di custodia cautelare, per il fatto che all’imputato alloglotta non risultava nominato un interprete nè si era provveduto alla traduzione scritta degli atti nella lingua nazionale dell’imputato stesso a norma dell’art. 109 c.p.p., comma 2, art. 143 c.p.p.art. 169 c.p.p., comma 3 e art. 63 att. cod. proc. pen., art. 5 e art. 6, lett. a) ed e) della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. Nello specifico si deduceva che l’imputato in sede di interrogatorio aveva precisato di conoscere poco l’italiano; ciò risultava confermato dalle intercettazioni telefoniche ove il F. si esprimeva in italiano solo per concordare gli appuntamenti con frasi semplici e laconiche.

Con il secondo motivo contestava il giudizio di responsabilità sul rilievo che le dichiarazioni di chiamata in correità del coimputato non risultavano sorrette da alcun riscontro individualizzante; con riferimento agli episodi del 10 dicembre 2013 e del 28 gennaio 2014 deduceva che il semplice fatto di aver concordato degli appuntamenti con presunti cessionari della sostanza stupefacente non costituirebbe prova delle cessioni contestate avendo l’imputato negato tali episodi, rendendo verosimili e credibili spiegazioni alternative con i predetti.

Con il terzo motivo lamenta l’eccessività del trattamento sanzionatorio chiedendo il riconoscimento dell’ipotesi lieve di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5 e l’attenuante di cui all’art. 73, comma 7, considerato che l’imputato aveva indicato il proprio fornitore di stupefacente.

Motivi della decisione

Il ricorso è manifestamente infondato, a fronte di una decisione satisfattivamente motivata, attraverso una adeguata disamina degli atti, evocandosi con il gravame o generiche contestazioni di fatto o prospettandosi violazioni solo asserite e non supportate da adeguato riscontro documentale.

Ciò vale per il motivo relativo all’eccezione circa la mancata traduzione degli atti, ivi compresa l’ordinanza cautelare.

Sul punto è sufficiente ricordare che il riconoscimento del diritto all’assistenza dell’interprete ed alla traduzione non discende automaticamente, come atto dovuto e imprescindibile, dal mero status di straniero, ma richiede l’ulteriore presupposto, in capo a quest’ultimo, dell’accertata ignoranza della lingua italiana (cfr. Sez. U., n. 25932 del 29/05/2008, Ivanov, Rv.239693). Situazione immutata anche dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. 4 marzo 2014, n. 32.

Sul punto della ritenuta conoscenza della lingua i giudici di merito si sono espressi in termini inequivoci, corrispondendo sul punto in modo ampiamente esaustivo. Non risulta del resto alcun concreto pregiudizio difensivo, ove si consideri che l’imputato non solo ha risposto in sede di interrogatorio, ma anche ammesso le sue responsabilità in un memoriale sottoscritto dallo stesso, redatto in lingua nazionale, in cui asserisce espressamente di avere avuto cognizione dei fatti di cui era imputato, in relazione ai quali ha svolto specifiche deduzioni.

Le doglianze sul giudizio di responsabilità sono tipicamente di merito, risolvendosi in una contestazione dell’apprezzamento del compendio probatorio, concordemente effettuato in primo grado, in modo peraltro giuridicamente corretto.

In particolare, la chiamata di correo è stata valutata ed approfondita attraverso una serie di riscontri esterni, primo tra i quali le sostanziali ammissioni dei fatti rese dall’imputato nel memoriale da lui sottoscritto nonchè nelle risultanze delle attività investigative, che avevano accertato che il F. aveva commissionato al coimputato il trasporto e la cessione dello stupefacente in relazione all’episodio del 21 dicembre 2013 e che le modalità dei precedenti viaggi e trasporti dello stupefacente effettuati dal corriere stesso erano identiche.

Vale ricordare che la chiamata in correità, perchè possa assurgere al rango di prova posta a fondamento di un’affermazione di responsabilità, necessita, oltre che di un positivo apprezzamento in ordine alla sua intrinseca attendibilità, di “riscontri estrinseci”. Questi, dal punto di vista oggettivo, possono consistere in qualsiasi circostanza, fattore o dato probatorio, non predeterminato nella specie e qualità, ed avere, pertanto, qualsiasi natura: i riscontri, dunque, possono consistere in elementi di prova sia rappresentativa che logica, ed anche in un’altra chiamata in correità, a condizione che questa sia totalmente autonoma ed avulsa rispetto a quella da “corroborare”. E’ essenziale, inoltre, che tali riscontri siano “indipendenti” dalla chiamata, nel senso che devono provenire da fonti estranee alla chiamata stessa, in modo da evitare il cosiddetto fenomeno della “circolarità” della acquisizione probatoria, e cioè, in definitiva, che sia la stessa chiamata a convalidare sè stessa. I riscontri, infine, nell’ottica del giudizio di condanna, devono avere valenza “individualizzante”, devono, cioè, riguardare non soltanto il complesso delle dichiarazioni, ma anche la riferibilità dello specifico fatto-reato alla specifica posizione soggettiva dell’imputato; in altri termini, i riscontri non devono semplicemente consistere nell’oggettiva conferma del fatto riferito dal chiamante, ma devono costituire elementi che collegano il fatto stesso alla persona del chiamato, fornendo un preciso contributo dimostrativo dell’attribuzione a quest’ultimo del reato contestato. Per converso, non è invece richiesto che i riscontri abbiano lo spessore di una prova “autosufficiente”, perchè, in caso contrario, la chiamata non avrebbe alcun rilievo, in quanto la prova si fonderebbe su tali elementi esterni e non sulla chiamata in correità (Sez. 6, n. 1249 del 26/09/2013, Ceroni).

Questo generale principio è stato rispettato, alla luce degli argomenti sopra richiamati – posti a supporto del riscontro della chiamata (modalità dell’accompagnamento, possesso di una somma di denaro, ecc.). La censura allora è di merito.

Analogamente di merito sono le censure con riferimento al giudizio di responsabilità per gli episodi del 10 dicembre 2013 e del gennaio 2014 ai quali non aveva partecipato il coimputato, in cui le deduzioni difensive sono state puntualmente disattese dai giudici di merito evidenziando i plurimi convergenti elementi probatori che deponevano nel senso in equivocabile di incontri preordinati in relazione a plurime cessioni di stupefacente.

Inaccoglibile è invero la doglianza sul diniego dell’ipotesi attenuata.

Il giudicante ha fatto corretta e logica applicazione del principio in forza del quale, in tema di sostanze stupefacenti, il fatto di lieve entità (D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, art. 73, comma 5) può essere riconosciuto solo in ipotesi di “minima offensività penale” della condotta, deducibile sia dal dato qualitativo e quantitativo, sia dagli altri parametri richiamati dalla norma (mezzi, modalità e circostanze dell’azione), con la conseguenza che, ove venga meno anche uno soltanto degli indici previsti dalla legge, diviene irrilevante l’eventuale presenza degli altri. Ciò in quanto la finalità dell’attenuante si ricollega al criterio di ragionevolezza derivante dall’art. 3 Cost., che impone – tanto al legislatore, quanto all’interprete – la proporzione tra la quantità e la qualità della pena e l’offensività del fatto (v. da ultimo Sez. 6, n. 9723 del 17/01/2013, Serafino, Rv. 254695).

Qui, il giudicante ha ampiamente motivato sulle ragioni che deponevano per l’insussistenza della fattispecie attenuata, valorizzando principalmente proprio il quantitativo della droga (mezzo chilogrammo di cocaina), e le circostanze della condotta (ritenute dimostrative di una non occasionalità della stessa): il relativo giudizio regge al vaglio di legittimità a fronte di motivazione sicuramente satisfattiva.

Stessa conclusione vale per l’ulteriore doglianza comune afferente il diniego della concessione dell’attenuante di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 7.

Vale ricordare che, in tema di stupefacenti, il giudice deve riconoscere l’attenuante della “collaborazione” in presenza di un comportamento collaborativo completo, che si sia risolto nella sottrazione all’attività criminosa di risorse (mezzi finanziari, stupefacenti, umane), anche se non necessariamente considerevoli dal punto di vista quantitativo, e che sia risultato, in concreto, utile e proficuo nel contrasto delle attività criminose presenti o future. A tal fine, deve spiegare le ragioni in forza delle quali ritenga sussistenti tali caratteristiche, soffermandosi sulle circostanze rilevanti: in primo luogo, la completezza ed esaustività della collaborazione (il dichiarante deve aver fornito tutto il suo patrimonio di conoscenze); in secondo luogo, le risorse in concreto sottratte all’attività criminosa (sequestri di quantitativi di sostanze stupefacenti, chiamate in correità di complici, ecc.); in terzo luogo, la concreta utilità per il contrasto dell’attività criminosa determinatasi a seguito del contributo collaborativo (apprezzamento particolarmente approfondito specie quando le risorse sottratte risultassero oggettivamente non considerevoli). Il giudice, invece, deve negare l’attenuante, anche qui dovendone spiegare le ragioni, specie a fronte di un’esplicita richiesta in tal senso dell’interessato, in presenza di un contributo collaborativo incompleto o,comunque, in concreto, non definibile come utile, significativo, proficuo nell’ottica del contrasto delle attività criminose.

Ciò che è necessario è che il giudice si soffermi adeguatamente sulla rilevanza, fondatezza e pertinenza della “collaborazione dichiarativa”, non bastando che ad essa si faccia acritica adesione, svincolata dalle circostanze del caso concreto (v., tra le tante, Sez. 6, n. 45457 del 29/09/2015, Astorga, Rv. 265222).

Nel caso in esame, il giudicante ha applicato questi principi, ritenendo di escludere la concessione del beneficio dopo avere esaminato in concreto le dichiarazioni rese dall’imputato, evidenziando che le stesse non avevano apportato alcun contributo alle indagini, tale da neutralizzare l’attività di reato.

Alla inammissibilità del ricorso, riconducibile a colpa del ricorrente (Corte Cost., sent. 7-13 giugno 2000, n. 186), consegue la condanna del ricorrente medesimo al pagamento delle spese processuali e di una somma, che congruamente si determina in duemila Euro, in favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2000,00 in favore della cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il 20 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 22 settembre 2017