[CASSAZIONE] Sentenza Sezione IV del 6 dicembre 2017, n. 54807. CONSUMO DI GRUPPO


Consumo di gruppo di stupefacenti:  cosa accade se partecipano anche estranei al gruppo d’acquisto?

La sentenza del  6 dicembre 2017, n. 54807  ribadisce il proprio consolidato indirizzo giurisprudenziale circa l’irrilevanza penale della condotta del c.d. “consumo di gruppo” delle sostanze stupefacenti.

In particolare, la Corte di Cassazione ricostruisce i requisiti richiesti per l’integrazione del c.d. “consumo di gruppo”.

Qualora sia provata l’inconsapevolezza dell’acquirente delegato circa la partecipazione al consumo effettivo della sostanza stupefacente di ulteriori soggetti non appartenenti al novero del gruppo d’acquisto, il consumatore che abbia ricevuto il mandato all’acquisto collettivo non sarà passibile di sanzione penale, ma del solo illecito amministrativo ex art. 75 del D.P.R. 309/90.

 


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BLAIOTTA Rocco Marco – Presidente;

Dott. MENICHETTI Carla – rel. Consigliere;

Dott. SERRAO Eugenia – Consigliere;

Dott. BELLINI Ugo – Consigliere;

Dott. CENCI Daniele – Consigliere;

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

Z.C., nato il (OMISSIS);

C.N., nato il (OMISSIS);

D.T., nato il (OMISSIS);

M.G., nato il (OMISSIS);

CO.SE., nato il (OMISSIS);

P.M., nato il (OMISSIS);

MA.LE., nato il (OMISSIS);

L.M., nato il (OMISSIS);

CO.VI., nato il (OMISSIS);

CA.FA., nato il (OMISSIS);

avverso la sentenza del 12/07/2016 della CORTE APPELLO di BARI;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. CARLA MENICHETTI;

Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dr. CASELLA GIUSEPPINA che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso del Z., P., L. e del D.;

per quanto riguarda il ricorso del C., M., CO., MA., CO. e C. conclude per l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata.

Udito il difensore E’ presente l’avvocato DE MICHELE VINCENZO CLAUDIO del foro di BARI in difesa di CA.FA., che si associa alle richieste del Procuratore, chiedendo l’annullamento della sentenza impugnata.

Svolgimento del processo

1. Il GUP del Tribunale di Bari pronunciava la condanna di Z.C., C.N., D.T., M.G., Co.Se., P.M., Ma.Le., L.M. e Co.Vi. quali responsabili, unitamente ad altri soggetti, del reato di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, con l’aggravante del numero degli associati superiore a dieci e del carattere armato dell’associazione (D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74, commi 1, 2, 3 e 4).

Nell’ambito di tale sodalizio, a Z.C. veniva riconosciuta la qualifica di capo promotore; a D.T. e P.M. quella di organizzatori; agli altri imputati quella di semplici sodali. L’aggravante di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74, comma 4, veniva esclusa in relazione alle posizioni di Co.Vi., Co.Se., M.G. e L.M..

I predetti imputati, ad eccezione del L., condannato per il solo reato associativo, venivano altresì riconosciuti colpevoli di svariati reati-fine, aventi ad oggetto cessioni di sostanze stupefacenti di varia natura e quantità (hashish, marijuana e cocaina), secondo quanto indicato dettagliatamente per ciascuno nei singoli capi di imputazione.

Distinta la posizione di Ca.Fa., responsabile di un solo reato di cessione di n. 6 dosi di crack (capo A16), condotta qualificata nell’ambito del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5.

2. I prevenuti interponevano appello avverso le dette condanne, sia in relazione all’affermazione di responsabilità, sia al trattamento sanzionatorio, ma a seguito di esplicite rinunce, la Corte di Bari esaminava i seguenti profili impugnatori: la qualifica di capo promotore di Z.C. e di organizzatori di D.T. e P.M.; la revisione in melius dei trattamenti sanzionatori; con riferimento alla posizione di Ca.Fa., la richiesta di assoluzione per un uso di gruppo della sostanza stupefacente; quanto al L.M., la richiesta di assoluzione dal reato associativo, l’esclusione dell’aggravante del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74, comma 3, ovvero la riqualificazione del fatto nell’ipotesi di cui all’art. 74, comma 6.

3. Con sentenza in data 12 luglio 2016 la Corte di Bari così provvedeva: confermava la sentenza nei confronti del L. e del C.; applicava nei confronti di tutti gli altri imputati appellanti un più favorevole trattamento sanzionatorio, pur ribadendo per Z.C. la qualifica di capo promotore del sodalizio criminoso e per D.T. quella di organizzatore del medesimo, qualifica esclusa invece per il P.M..

4. Tutti i predetti imputati, in proprio, hanno proposto distinti ricorsi.

Z.C. lamenta violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla ritenuta qualifica di promotore dell’associazione.

Osserva in particolare che in totale ed assoluta assenza di un inizio della vita associativa, non era possibile conoscere, tanto meno in base alle conversazioni captate, chi avesse fondato l’associazione medesima e ne avesse predisposto il programma attuativo. Le intercettazioni ambientali dimostravano invece che Z.C., lungi dall’essere un capo carismatico e dominante, svolgeva un ruolo marginale, non sovraintendeva alle attività di gestione del gruppo nè riusciva ad espandere ed ingrandire l’apparato organizzativo.

D.T. lamenta violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla ritenuta qualifica di organizzatore dell’associazione. Osserva che egli non godeva di autonomia gestionale nell’ambito della compagine associativa, aveva posto in essere numerose cessioni di sostanze stupefacenti (almeno le 40 accertate) e dunque era un mero spacciatore. Deduce poi un errore di calcolo laddove la Corte territoriale, nel ridurre la pena per la concessione delle circostanze attenuanti generiche, non le aveva riconosciute nella massima estensione, senza indicarne espressamente una “ridotta” operatività.

C.N. deduce difetto di motivazione circa la misura degli aumenti di pena applicati per i reati in continuazione.

M.G. si duole di una carenza motivazionale in relazione alla riduzione della pena.

Co.Se. deduce difetto di motivazione circa la misura degli aumenti di pena applicati per i reati in continuazione.

P.M. prospetta violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 62 bis, 132 e 133 c.p., lamentando che i giudici di appello si erano discostati di molto dai minimi edittali ed avevano applicato in maniera ridotta l’operatività delle attenuanti generiche, già concesse in primo grado con giudizio di equivalenza.

Ma.Le. pure si duole del trattamento sanzionatorio con riferimento all’aumento di pena di mesi 6 per l’unico reato in continuazione (capo B), rilevando che al coimputato D., per il medesimo reato, era stato applicato un aumento di soli giorni 13.

L.M. lamenta mancanza o illogicità della motivazione quanto alla ritenuta partecipazione all’associazione criminale, alla consapevolezza della disponibilità di armi, al mancato riconoscimento dell’ipotesi attenuata di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74, comma 6, ed in generale al trattamento sanzionatorio.

Co.Vi. censura l’impugnata sentenza per vizio motivazionale circa gli aumenti di pena per i reati in continuazione: in particolare lamenta che per i capi D1) e A7) vi era stato l’aumento di un mese, mentre per gli altri 5 reati un aumento di due mesi ciascuno.

Ca.Fa. insiste affinchè venga riconosciuto un uso di gruppo della sostanza stupefacente e dunque per l’assoluzione dal reato di cessione a lui contestato, richiamando le conversazioni captate dalle quali emergerebbe tale circostanza favorevole.

Motivi della decisione

1. Il ricorso di Ca.Fa. è fondato.

2. E’ stata contestata all’imputato la detenzione e cessione in favore di D.T., M.G. ed altri, per il consumo in un festino, di sei dosi di sostanza stupefacente di tipo “crack”, fatto avvenuto in (OMISSIS).

I giudici di merito sono pervenuti alla pronuncia di condanna ritenendo “inequivoci” gli esiti delle intercettazioni ambientali di quattro conversazioni.

Nella prima, intervenuta il pomeriggio del 16 ottobre, D.T., parlando di “affari” connessi allo smercio di stupefacenti con il coimputato Co.Vi., dichiarava espressamente di aver conferito incarico per la fornitura di “crack” a tale “(OMISSIS)” (indiscusso nomignolo del C.), al quale aveva dato cinquanta Euro, da aggiungere alle altre cinquanta che aveva lo stesso C., per comprare nella zona di Napoli “una decina di pezzi, quelli da quindici, tre crack per sei o sette tiri”.

Nella seconda, intervenuta la sera stessa del (OMISSIS), D. risponde al M. di andare alla casa di “(OMISSIS)” e mettere “l’erba… per quattro o cinque canne…una mezza busta”.

Nella terza, intercettata poco più tardi nella stessa serata, viene in luce il quantitativo di droga effettivamente acquistato dal C., presso la cui abitazione il gruppetto si incontra, perchè questi risponde al D. di avere “sei pezzi” di crack.

La quarta telefonata, avvenuta poco dopo la mezzanotte, evidenziava che erano intervenute al “festino” un numero superiore di persone rispetto a quelle preventivate per il consumo delle sei dosi di droga, tanto che il C., rivolgendosi al D., aveva esclamato che la droga era poca, che le persone erano assai, che dovevano fumare tranquillamente ed invece “hai fatto tutta una festa”.

Ciò posto, la Corte di Bari si è uniformata alla decisione del Tribunale, laddove ha ritenuto che la partecipazione al consumo della droga di un numero di persone maggiore rispetto a quello previsto per l’incontro serale, rivelasse appunto un “festino” e facesse venire meno i presupposti per la configurabilità di un consumo di gruppo.

L’interpretazione data dai giudici di merito alle risultanze istruttorie non è giuridicamente corretta.

Secondo l’orientamento espresso dalle Sezioni Unite di questa Corte Suprema (sentenza n. 25401 del 31/1/2013, Rv.255258), anche all’esito delle modifiche apportate dalla L. 21 febbraio 2006, n. 49 al D.P.R. n. 309 del 1990,art. 73, il c.d. “consumo di gruppo” di sostanze stupefacenti, sia nell’ipotesi di acquisto congiunto, che in quella di mandato all’acquisto collettivo ad uno dei consumatori, non è penalmente rilevante, ma integra l’illecito amministrativo sanzionato dal cit. D.P.R., art. 75, a condizione che: 1) l’acquirente sia uno degli assuntori; 2) l’acquisto avvenga sin dall’inizio per conto degli altri componenti del gruppo; 3) sia certa sin dall’inizio l’identità dei mandanti e la loro manifesta volontà di procurarsi la sostanza per mezzo di uno dei compartecipi, contribuendo anche finanziariamente all’acquisto.

La non punibilità per consumo personale attiene perciò ai soli casi in cui la sostanza non sia destinata a terzi, ma all’utilizzo personale degli appartenenti al gruppo, che la codetengono.

Di contro, l’ipotesi di consumo di gruppo di sostanze stupefacenti non ricorre quando difetti la prova della parziale coincidenza soggettiva tra acquirente ed assuntore della droga; della certezza sin dall’origine dell’identità dei componenti del gruppo; della condivisa volontà di procurarsi la sostanza destinata al paritario consumo personale; dell’intesa raggiunta in ordine al luogo ed ai tempi del consumo; dell’immediatezza degli effetti dell’acquisizione in capo agli interessati senza passaggi intermedi (Sez. 4, n. 6782 del 23/1/2014, Rv.259285).

Orbene, nella situazione in esame, contrariamente a quanto ritenuto dai giudici di merito, dalla lettura delle conversazioni captate emerge che il Ca. era stato incaricato dell’acquisto di “crack” da parte di poche persone con le quali poi assumere insieme lo stupefacente la sera del (OMISSIS) e che si era esplicitamente risentito con il D. che aveva, a sua insaputa, coinvolto un numero di persone maggiore, facendo “tutta una festa”, tanto che la droga era risultata poca.

Dunque il Ca., certo all’origine dell’identità dei componenti del gruppo con i quali avrebbe dovuto consumare lo stupefacente in maniera paritaria (sei o sette tiri a testa) la sera del (OMISSIS), si era trovato in una situazione diversa, da lui non voluta, per avere il D. esteso l'”invito” a più persone, e proprio per la sua mancata partecipazione morale al “festino”, nel senso di una manifesta disapprovazione del consumo del “crack” con persone in numero superiore rispetto a quelle preventivate, esclude la punibilità della condotta.

Ne deriva l’annullamento senza rinvio dell’impugnata sentenza relativamente alla posizione del Ca. perchè il fatto non costituisce reato.

3. I ricorsi di Z.C., D.T. e Ma.Le. vanno rigettati.

4. La doglianza di Z.C. è limitata alla ritenuta qualifica di promotore dell’associazione. Si tratta di una censura non fondata, alla luce dell’ampia ed esaustiva motivazione della sentenza sul punto.

Secondo consolidata giurisprudenza di questa Corte di legittimità, in tema di reato associativo, e segnatamente di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, riveste il ruolo di promotore non solo chi sia stato l’iniziatore dell’associazione, coagulando intorno a sè le prime adesioni e consensi partecipativi, ma anche colui che contribuisca alla potenzialità pericolosa del gruppo già costituito, provocando ulteriori adesioni di terzi all’associazione e ai suoi scopi attraverso un’opera di diffusione del programma, sovraintendendo alla complessiva attività di gestione del sodalizio ed assumendo funzioni decisionali Sez.2, n.52316 del 27/9/2016, Rv.268962; Sez.6, n.45168 del 29/10/2015, Rv.265524).

Di tali principi hanno fatto buon governo i giudici di merito, i quali hanno evidenziato che l’epicentro dell’attività illecita, sul piano più strettamente organizzativo, era localizzato in Toritto, presso l’abitazione di campagna di Z.C., ove – secondo una serie di conversazioni captate, delle quali viene dettagliatamente riportato il contenuto nella sentenza di primo grado, richiamata in quella di appello – gli adepti erano soliti recarsi per pianificare e coordinarsi nelle operazioni, per riferire sull’andamento di attività in corso o rifornimenti di droga appena attuati, e per ricevere le direttive da parte del loro anziano “capo”. Z.C. quindi muoveva la catena di comando, secondo moduli strettamente gerarchici, attraverso figure di collaboratori intermedi, fiduciari e subalterni, impartendo loro specifiche direttive in ordine ai rifornimenti di sostanze stupefacenti, alle modalità di taglio, ai prezzi di vendita della merce, e ricevendo il rendiconto sull’andamento dell’attività da parte dei suoi adepti. Proprio un locale di pertinenza della masseria, la “stanzetta”, era risultato poi adibito al trattamento delle sostanze stupefacenti da distribuire in dosi ai pusher, circostanza incontestata e comunque accertata sia dalle rilevazioni satellitari relative agli spostamenti dell’autovettura in uso al D.T. e sia dall’inequivoco, omologo contenuto, parimenti incontestato, di ulteriori molteplici captazioni ambientali.

Di nessun pregio quindi l’assunto difensivo secondo il quale la Corte di Appello non avrebbe tenuto conto che nel procedimento in oggetto non era indicato l’inizio dell’attività del gruppo criminale – esprimendosi il capo di imputazione nei seguenti termini “da prima del 14.1.2011” – con la conseguenza che non era possibile individuare chi avesse per primo fondato ed organizzato il sodalizio, proprio per l’acclarata egemonia esercitata dallo Z.C. sui propri adepti, i quali si rapportavano a lui riconoscendone in modo indiscusso il ruolo dominante di capo carismatico.

5. D.T. contesta la ritenuta qualifica di organizzatore dell’associazione.

Anche tale doglianza non è fondata, a fronte delle ineccepibili argomentazioni dei giudici di merito, i quali hanno evidenziato che il D., pur rivestendo una posizione subalterna rispetto a quella di Z.C., da cui riceveva direttive riguardo ad attività essenziali dell’associazione e che rendeva edotto di eventi ad essa comunque inerenti, aveva un potere gestionale in ordine a rilevanti profili operativi, godeva di significativa autonomia e dunque si poneva ad un livello sovraordinato rispetto a quello dei pusher, che facevano capo a lui anche a fini retributivi.

La Corte d’Appello ha premesso, in linea di principio generale, richiamando giurisprudenza di questa Corte Suprema, che nell’ambito delle condotte punibili ex D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74, deve definirsi “organizzatore” anche colui che, rispetto al gruppo già costituito, non si limiti ad attività intercambiabili e meramente esecutive del progetto criminoso comune, bensì assuma una funzione di fulcro nonchè poteri gestionali, quand’anche non pienamente autonomi, in uno specifico e rilevante settore operativo: in tali termini, infatti, apporta all’associazione un contributo primario e non semplicemente paritetico a quello di ogni altro associato e la condotta si connota di quella maggiore pericolosità che la norma intende più pesantemente sanzionare per il superiore apporto alla vita associativa (Sez. 4, n.45018 del 23/10/2008, Rv.242032).

Spetta dunque tale qualifica all’affiliato che, sia pure nell’ambito delle direttive impartite dai capi e non necessariamente dalla costituzione del sodalizio criminoso, esplichi con autonomia la funzione di curare il coordinamento dell’attività degli altri aderenti ovvero l’impiego razionale delle strutture e delle risorse associative o di reperire i mezzi necessari alla realizzazione del programma criminoso, ponendo in essere un’attività che assuma i caratteri dell’essenzialità e della infungibilità, non essendo invece necessario che lo stesso soggetto sia anche investito di compiti di coordinamento e di direzione dell’attività di altri soggetti (Sez.5, n.39378 del 22/6/2012, Rv.254317), nè che svolga il suo ruolo con riferimento all’associazione nella sua interezza, potendo risultare sufficiente il coordinamento di una sua articolazione territoriale (Sez.3, n.40348 del 6/7/2016, Rv.267761).

Nello specifico, i giudici di merito hanno rilevato che l’attivazione di intercettazioni ambientali all’interno di due autovetture rientranti nella disponibilità del D. nell’arco temporale monitorato, avevano posto in luce il ruolo particolarmente attivo, versatile e dinamico rivestito da questi, capo di uno dei sottogruppi territoriali di spaccio dipendenti da Z.C., autorizzato a smerciare droga nei pressi dei circoli ricreativi di (OMISSIS), come la sala giochi denominata “(OMISSIS)” e nei pressi del “(OMISSIS)” di (OMISSIS).

Ancora sotto gli ordini di Z.C., il D. curava il rifornimento di droga presso un narcotrafficante albanese in Trani; provvedeva all’assistenza economica degli associati; era leader di una squadra impegnata tanto nell’occultamento di droga nella cupe rurali del sodalizio, quanto nello smistamento di cocaina, eroina, hashish e marijuana in quantità apprezzabili, e persino elevate, presso i circoli ricreativi di cui si è detto; era direttamente interessato alla gestione del “laboratorio” di confezionamento di sostanze stupefacenti istituito dal sodalizio all’interno di un trullo in agro di (OMISSIS); era impegnato nella elargizione della “paga” settimanale, ed anche giornaliera, ai vari pusher della sua squadra ed era tenuto, unitamente ad altri, su ordine dei vertici del clan, al mantenimento economico in carcere di soggetti vicini al sodalizio, detenuti per l’omicidio di Lo.Il. ( M.A. e La.Fr.), maturato sempre nel locale mondo dello spaccio di stupefacenti, ovvero per condotte di spaccio nel contesto del medesimo gruppo criminale ( Ma.Le.).

Il ruolo di “organizzatore” del gruppo criminale non può perciò essere messo in dubbio, poichè le conversazioni riportate nella sentenza di primo grado e richiamate in quella di appello, hanno appunto consentito di acclarare una serie di elementi sintomatici di un compito di coordinamento sull’attività degli associati svolto dal D. e la sua dedizione per garantire il pieno funzionamento della vita associativa, in posizione di “quadro intermedio” tra i vertici e la base.

5.1. Si duole ancora il ricorrente, con un secondo motivo, di un errore di calcolo da parte dei giudici di appello, i quali hanno applicato le circostanze attenuanti generiche in termini di prevalenza senza riconoscerle nella massima estensione e senza motivare sulla loro ridotta operatività.

Il motivo non ha pregio.

La misura della diminuzione della pena conseguente all’applicazione di circostanze attenuanti costituisce l’oggetto di una tipica facoltà discrezionale del giudice di merito, il quale, per adempiere al relativo obbligo di motivazione, non è tenuto ad un’analitica enunciazione di tutti gli elementi presi in considerazione, ma può limitarsi alla sola enunciazione di quelli determinanti per la soluzione adottata, la quale è insindacabile in sede di legittimità qualora sia immune da vizi logici di ragionamento (Sez. 3, n. 6877 del 26/10/2016, rv.269196).

Nel caso di specie il D. è stato ritenuto meritevole di una riduzione di pena per il positivo apprezzamento della rinunzia parziale al gravame, ed è stato per tale considerazione rivisto il giudizio di comparazione ex art. 69 c.p.dell’aggravante contestata in relazione al reato associativo con le attenuanti generiche, tanto che la pena base è stata sensibilmente ridotta da anni 20 di reclusione ad anni 14.

Sussiste pertanto una motivazione sul punto, con cui il ricorrente non si confronta nello specifico, deducendo alternativamente e senza alcuna argomentazione o un errore di calcolo o un difetto di motivazione e violazione di legge, entrambi non ravvisabili.

6. Ma.Le., con succinto ricorso, lamenta il fatto che per l’unico reato satellite contestatogli (capo B), gli è stato applicato un aumento di pena di mesi 6, mentre al coimputato D., in relazione al medesimo reato è stato applicato un aumento di soli 13 giorni.

La censura non è fondata.

Anche nei riguardi del Ma. la Corte di Appello ha operato una sensibile riduzione della pena originariamente inflitta in prime cure, apprezzando positivamente la sua parziale rinunzia al gravame.

Nella complessiva rivalutazione del trattamento sanzionatorio è stato portato da 9 mesi a 6 mesi l’aumento per il reato in continuazione, di cui il ricorrente si duole solo perchè superiore all’aumento applicato per il medesimo fatto al coimputato D., denunciando una sperequazione ingiustificata della sanzione.

Ritiene il Collegio che, ribadita la discrezionalità del giudice di merito nell’applicazione della sanzione, e la motivazione esposta a sostegno della mitigazione della pena, non si ravvisa nella specie una irrazionale disparità di trattamento tra le due situazioni sanzionatorie poichè è evidente che la pena va modulata e rapportata alle diverse situazioni soggettive ed oggettive e non può essere calcolata utilizzando un criterio di mera identità aritmetica degli aumenti.

Nella globale valutazione delle condotte illecite, è stato confermato dalla Corte di Bari l’aumento di un anno e sei mesi applicato al D. per la continuazione con i reati fine, senza fare distinzione tra gli aumenti per ciascun singolo reato: la modalità di calcolo proposta dal ricorrente, di fare una media tra l’aumento complessivo ed il numero dei reati appare perciò svincolata da un espresso ragionamento del giudice di merito, che nel definire la posizione del D., non ha parcellizzato gli aumenti per le singole condotte ma si è attenuto ad una valutazione complessiva dei fatti reato, non incompatibile sotto il profilo della logica con la diversa valutazione complessiva della condotta del Ma..

7. I ricorsi di C.N., M.G., Co.Se., P.M., L.M. e Co.Vi. prospettano motivi manifestamente infondati e vanno perciò dichiarati inammissibili.

7.1. Il C. si duole genericamente degli aumenti applicati per la continuazione e rileva che potevano essere riconosciuti aumenti diversi ed inferiori rispetto a quelli concessi.

La censura è aspecifica: la Corte territoriale ha distinto il reato contestato al capo A34, ad oggetto plurime cessioni di cocaina, in relazione al quale ha calcolato un aumento di poco superiore a quelli relativi agli altri 19 capi di imputazione, considerando evidentemente la maggiore gravità della condotta.

Complessivamente ha ridefinito in modo più favorevole il trattamento sanzionatorio, in base alla valenza antigiuridica delle singole condotte del ricorrente, con motivazione del tutto immune dalla prospettata censura.

7.2. Anche M.G. contesta in modo del tutto generico la rideterminazione della pena operata in sede di appello, deducendo sul punto mancanza di motivazione.

La censura non si confronta con il contenuto della sentenza, nella quale è stato accolto l’unico motivo impugnatorio attinente alla mitigazione della pena, giustificato dalla Corte di Bari con il positivo apprezzamento della condotta processuale dell’imputato ai sensi e per gli effetti dell’art. 133 c.p., comma 2, n. 3, u.p..

7.3. Co.Se. pure si duole della misura degli aumenti per la continuazione.

Anche tale ricorso è estremamente generico e sintetico, a fronte di una motivazione congrua della Corte territoriale che non determina sperequazioni nel trattamento sanzionatorio tra le fattispecie criminose contestate nei tre reati satellite, essendo stato applicato un aumento di due mesi per ciascuno di essi e complessivamente mitigata la pena, anche in questo caso, con il positivo apprezzamento della condotta processuale dell’imputato.

7.4. Il ricorso di P.M. verte sul mancato riconoscimento delle attenuanti generiche nella massima estensione e sulla determinazione della pena base in misura superiore al minimo edittale.

Anche in questo caso si tratta di un motivo manifestamente infondato.

La sentenza impugnata appare, di contro, ben argomentata laddove, riqualificato il reato associativo ai sensi del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74, comma 2, e riformulato il giudizio ex art. 69 c.p. in termini di prevalenza delle già riconosciute attenuanti generiche, ha ritenuto che le indicazioni del certificato penale fossero idonee a giustificare non soltanto l’individuazione della pena base in misura distante dalla soglia minima edittale, ma altresì la ridotta operatività delle attenuanti generiche.

7.5. Nel contestare la pronuncia di condanna ed il trattamento sanzionatorio, L.M. lamenta da parte della Corte barese una generale motivazione “per relationem”.

La doglianza è priva di pregio, avendo i giudici di appello ben delineato il quadro probatorio a carico dell’imputato, in base ai contenuti di plurime captazioni ambientali, unitariamente considerate dal Tribunale e non contestate in sede di appello, così da poter essere richiamate integralmente. Ha fatto poi riferimento alle riprese filmate compiute dalla polizia giudiziaria, che ritraevano l’imputato nell’atto di sorvegliare l’abitazione di Z.C. in occasione degli incontri tra i vari esponenti del sodalizio, elementi tutti che convergevano univocamente nel senso della consapevolezza del L. di prestare attività connaturali alla vita dell’associazione, anche come “fiduciario” nella gestione del “laboratorio” in cui venivano lavorate le varie sostanze stupefacenti e suddivise in dosi da smerciare. Per tale suo ruolo, ausiliario ma qualificato, l’imputato si interfacciava costantemente con i numerosi componenti del gruppo criminale, superiori a dieci, e per tale ragione, ossia per la consapevolezza del numero dei sodali, i giudici di merito hanno correttamente ritenuto sussistente l’aggravante speciale di cui al D.P.R. n. 309 del 1990,art. 74, comma 3.

Quanto alla richiesta di riqualificazione del reato associativo nell’ambito del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74, comma 6, già la Corte di Bari ha rilevato la assoluta genericità del motivo, che anche in questa sede non è supportato da ulteriori precisazioni. Del pari circa il trattamento sanzionatorio, i giudici di appello hanno ritenuto congrua la pena fissata in prime cure in misura prossima al minimo edittale e nel ricorso non sono stati dedotti elementi che possano indurre ad una mitigazione.

Appare pertanto assolto compiutamente l’obbligo di motivazione da parte dei giudici di appello, che hanno fatto espresso riferimento agli atti di indagine, agli aspetti descrittivi e ricostruttivi della vicenda ed alla sua valutazione di merito operata dal Tribunale, oggetto di condivisione.

7.6. Co.Vi., infine, lamenta il fatto che in relazione a due dei sette reati satellite è stato applicato un aumento di un mese ciascuno e per gli altri cinque di due mesi ciascuno.

Si tratta all’evidenza di un ricorso oltremodo generico e aspecifico, che non supera il vaglio di ammissibilità, avendo la Corte territoriale modulato gli aumenti in misura differente in base alla ritenuta differente gravità delle condotte addebitate, senza quindi operare illogiche disparità di trattamento.

8. Il rigetto dei ricorsi di Z.C., D.T. e Ma.Le. comporta la loro condanna al pagamento delle spese processuali.

Alla declaratoria di inammissibilità dei ricorsi di C.N., M.G., Co.Se., P.M., L.M. e Co.Vi. segue la loro condanna al pagamento delle spese processuali e della somma di 2.000,00 Euro ciascuno in favore della cassa delle ammende, non ravvisandosi ragioni di esonero (Corte Cost., sent.n.186/2000).

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti di Ca.Fa. perchè il fatto non costituisce reato.

Rigetta i ricorsi di Z.C., D.T. e Ma.Le. e li condanna al pagamento delle spese processuali.

Dichiara inammissibili i ricorsi di C.N., M.G., Co.Se., P.M., L.M. e Co.Vi. e li condanna al pagamento delle spese processuali e ciascuno al versamento di Euro 2.000,00 in favore della cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il 18 ottobre 2017.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2017