C. eur. dir. uomo, sez. I, dec. 23 febbraio 2016, Capriotti c. Italia


Il ricorrente, sospettato di essere coinvolto in un traffico internazionale di stupefacenti, è stato sottoposto ad intercettazioni all’interno di un’indagine complessa nel corso della quale venivano intercettate anche utenze estere. Pur avendo eccepito l’illegittimità delle intercettazioni anche ai giudici delle impugnazioni, egli è stato condannato in tre gradi di giudizio.

Il ricorrente deduce una violazione degli artt. 8 e 6 Cedu, sostenendo l’illegalità delle intercettazioni perché disposte anche nei confronti di utenze estere senza rogatoria internazionale e, dunque, l’iniquità del processo nei suoi confronti essendo stato condannato sulla base di tali intercettazioni, alcune delle quali interamente estere.

La Corte europea ha dichiarato tali censure manifestamente infondate.

I giudici di Strasburgo ritengono innanzitutto che le intercettazioni nei confronti del ricorrente rappresentino un’ingerenza prevista dalla legge ai sensi dell’art. 8 comma 2 Cedu in quanto disposte conformemente agli art. 266 e ss. c.p.p. ed inoltre evidenziano come non si pongano in questo caso questioni di accessibilità alla legge: l’applicazione della teoria dell’instradamento, secondo la quale non è richiesto il ricorso alla procedura di rogatoria internazionale quando le chiamate provenienti da utenze estere siano canalizzate su centrali site in Italia, è ormai legittimata da giurisprudenza consolidata e non appare alla Corte europea irragionevole o arbitraria.

In secondo luogo, sempre ai sensi dell’art. 8 comma 2 Cedu, tale ingerenza è considerata dalla Corte europea come necessaria in una società democratica, in quanto è stata il principale strumento per accertare l’esistenza di un importante traffico di stupefacenti nel quale era coinvolto anche il ricorrente.

Anche la censura relativa all’art. 6 Cedu non coglie nel segno: le intercettazioni relative all’instradamento risultano legittime e necessarie e pertanto non vi sono i presupposti per ritenere violata l’equità processuale. Quanto invece all’impiego di quelle interamente svolte all’estero, i giudici di Strasburgo ritengono di non avere sufficienti elementi per revocare in dubbio le conclusioni dei giudici nazionali ad avviso dei quali le intercettazioni in questione non hanno avuto un ruolo determinante ai fini della condanna del ricorrente. (Paola Concolino)